La salute non è una merce, ma un diritto!

La #salute non è una #merce, ma un #diritto!

prcsaluteIl Partito della #RifondazioneComunista sostiene la campagna “Riconquistiamo il diritto alla salute (per una sanità pubblica, universale, laica, gratuita)” e invita lavorator* e cittadin* a partecipare al presidio, promosso da diverse realtà politiche, che si terrà a Roma il 3 Settembre, ore 17, in Piazza Montecitorio.

L’emergenza Covid ha messo chiaramente in evidenza come la Sanità Pubblica sia stato l’unico baluardo contro la pandemia, malgrado molte criticità frutto di decenni di scelte scellerate fatte dai governi di centrodestra, centrosinistra e tecnici, che hanno privilegiato mercato ed il cosiddetto risparmio che in realtà non è stato altro che una progressiva dismissione di ospedali, posti letto, servizi territoriali e personali che poi sono stati forniti accreditando strutture della sanità privata. Quelle stesse strutture che nel periodo più buio del lockdown, mentre la sanità pubblica curava e salvava erano, con le Residenze Sanitarie Assistenziali, luoghi di infezione. Quelle stesse strutture che, malgrado forniscano servizi che in gran parte sono pagati con soldi pubblici, oggi rifiutano di riconoscere la dignità dei propri lavorator* firmando un contratto che dopo 14 anni adegui i salari.

Malgrado i pessimi risultati e in continuità con le politiche precedenti, il presidente della Regione Lazio, Zingaretti, inaugura il campus bio medico di Trigoria, una struttura sanitaria privata di proprietà dell’Opus Dei. Continuando a sottrarre importanti risorse economiche al funzionamento della sanità pubblica.

E’ necessario invertire la rotta ed avviare una stagione di investimenti nella Sanità Pubblica, ripristinando strutture, assumendo personale, ampliando la disponibilità di servizi territoriali e alla persona. Per questo invitiamo lavorator* e di cittadin* a sottoscrivere la petizione “Riconquistiamo il diritto alla salute” sulla piattaforma Change.org/riconquistiamo-salute.

La salute non è merce, ma un diritto, per tutte e tutti!

Rifondazione Comunista Regionale Lazio

PRC Lazio- Sanità Privata, il Lavoro c’è l’adeguamento degli stipendi NO.

#PRC #Lazio- #Sanità #Privata, il #Lavoro c’è l’adeguamento degli stipendi NO.prc sanità

Nel Lazio, la sanità privata accreditata, eroga il 40 per cento delle prestazioni utilizzando oltre 25 mila dipendenti ed assorbendo ben oltre il 50% delle risorse economiche totali destinate alla sanità dalla Regione.

Eppure malgrado la sanità privata accreditata sia un’impresa senza “rischi d’impresa,” essendo lautamente sovvenzionata con i soldi pubblici, i padroni, pardon i manager della sanità privata laica e religiosa, hanno ritenuto di non dover firmare la pre-intesa raggiunta a livello nazionale per il rinnovo di un contratto fermo da 14 anni. D’altronde il Ministro della Salute e la Conferenza delle regioni, gli aveva “solo” garantito la copertura del 50% del maggior costo costo che sarebbe emerso con la chiusura del nuovo contratto.

Da questa vicenda emerge chiaramente che i “prenditori” della sanità privata vogliano solo ricevere soldi pubblici e fare profitti speculando sulla malattia dei cittadini e sulla pelle dei lavoratori.

#Rifondazione #Comunista del #Lazio esprime #solidarietà ai #lavoratori della #Sanità #Privata e sostegno alle loro lotte e mobilitazioni, ogni ritardo al rinnovo del contratto è un colpo mortale alla dignità professionale dei lavoratori coinvolti.

“La vicenda – afferma Marco Bizzoni, referente lavoro PRC Lazio – è strettamente connessa con

l’uscita della sanità pubblica del Lazio dal commissariamento. Infatti quel risultato è stato conseguito attraverso un arretramento del perimetro di intervento della sanità pubblica, a favore di quella privata. Un risultato che, ora è più evidente, è stato reso possibile dal sacrificio dei cittadini -utenti, dai lavoratori pubblici per la carenza di organici, è lavoratori privati che, a parità di qualifica dei lavoratori pubblici, non vedono lo stesso riconoscimento economico.”

In tutta questa drammatica vicenda la posizione della Regione Lazio e Zingaretti, viene espressa dall’Assessore alla Sanità, che alla richiesta dei sindacati di un intervento forte della Regione, balbetta di rivedere le regole sugli accreditamenti a… “livello nazionale”.

Rifondazione Comunista ricorda come nel pieno della Pandemia le strutture che si sono ritrovate sotto pressione ed hanno consentito il superamento della crisi sono state quelle pubbliche. Mentre molte delle strutture sanitarie private, invece di luoghi di cura, si sono trasformate per la sete di profitto dei loro proprietari in focolai di infezione.

La lezione che dovremmo cogliere è quella della necessità del potenziamento e rilancio della sanità pubblica, che deve riassorbire prestazioni e personale sanitario dalla metastasi della sanità privata.

I principi che bisogna seguire per aiutare i lavoratori della sanità privata sono semplici e si ritrovano in Costituzione. La salute non è una merce ma un diritto e a pari lavoro pari diritti.

PRC Regionale Lazio

Roma, le mense scolastiche non devono servire al profitto dei privati.

ROMA, LE MENSE SCOLASTICHE NON DEVONO SERVIRE AL PROFITTO DEI PRIVATI.

A Roma le mense scolastiche sono un servizio che coinvolge migliaia di bambini e da sempre sono gestite dall’amministrazione comunale. Una vecchia normativa che risale agli anni 80 relega questo servizio tra quelli a domanda individuale, cioè lo considera un servizio dovuto solo a richiesta dell’utente. Se ciò aveva un minimo di significato lavoro-roma-mensa-scolasticaquarant’anni fa, quando le classi che mangiavano a scuola erano un’estrema minoranza, oggi quella norma non tiene conto dell’evoluzione della società e della scuola, che, prevedendo nei suoi ordinamenti “normali” il tempo mensa, ha di fatto portato ad una diffusione molto elevata e predominante delle classi che mangiano a scuola. Questo stato di fatto ha consentito alle famiglie di predisporre una battaglia legale per il riconoscimento del “pasto autonomo,” cioè della possibilità di non usufruire del servizio a domanda individuale gestito dal comune, ma di portarsi il cibo da casa. In un primo momento i tribunali hanno dato ragione alle famiglie, ma quest’anno la Cassazione ha sancito che le famiglie devono accettare il servizio della mensa scolastica. Tuttavia la Cassazione riconosce alle famiglie il diritto di poter influire sulle scelte riguardanti le modalità di gestione del servizio mensa.

Nel corso degli anni la refezione scolastica è passata dalla somministrazione diretta del servizio da parte dell’amministrazione comunale, alla pratica dell’assegnazione del servizio ad aziende esterne. L’ideologia che ha sostenuto la necessità di questo passaggio, affermava che le mense gestite direttamente dell’amministrazione pubblica erano troppo costose e di bassa qualità, mentre se si lasciavano gestire ai privati avrebbero funzionato meglio ed il servizio sarebbe stato più economico. La realtà di questi anni ha tuttavia totalmente falsificato queste asserzioni. I costi generali del servizio sono aumentati dovendo generare profitti per i padroni delle aziende e nello stesso tempo si è generato un peggioramento delle condizioni dei lavoratori e delle lavoratrici; retribuzioni più basse, precarietà lavorativa quotidiana, ciò che resta gli addetti alle mense è la certezza che ad ogni appalto, l’azienda per cui lavorano, possa perdere la gara e quindi, automaticamente, non è certo che loro riescano a mantenere il proprio lavoro.

Perchè, dunque, di fronte ai negativi costi economici e sociali che vengono generati dalla privatizzazione del servizio delle mense scolastiche il Comune di Roma persevera nel riproporre un modello fallimentare nella selezione degli operatori economici e nella gestione del servizio?

Attualmente si trova in fase conclusiva un bando per un appalto di tre anni, di cui due sono già trascorsi, le aziende vincitrici di quella gara potranno operare per un anno, con tutte le conseguenze immaginabili sul mancato investimento di queste nel servizio. Inoltre per un errore di predisposizione del bando, gli addetti delle mense delle scuole autogestite sono stati esclusi e ancora non sanno come e se saranno reinseriti. A fronte di un bando di gara che somiglia sempre più ad un circo Barnum, una seria amministrazione, attenta alle esigenze dei lavoratori e dei cittadini, avrebbe in autotutela ritirato il bando, rivisto errori e mancanze e pubblicato un nuovo bando. Invece l’amministrazione romana affronta i problemi con il piglio del promoter. Parla di un superamento progressivo delle mense autogestite direttamente dalle scuole attraverso una misteriosa clausola sociale, senza spiegare come, dove e quando ciò potrà avvenire. Afferma con certezza che nessuno perderà il lavoro senza spiegare perché, delega all’ANAC il compito di impedire offerte al massimo ribasso che  avrebbero come esito l’abbassamento della qualità del servizio e della qualità del lavoro, racconta di aver emanato una delibera che assicura il miglioramento della qualità del servizio, senza però specificare quali siano gli strumenti messi in atto per controllare l’effettivo dispiegarsi degli indirizzi predisposti nella delibera.

Se questo è il modo di governare dell’amministrazione romana ben hanno fatto i sindacati a convocare, per il 16 e 17 settembre, uno sciopero dei lavoratori e lavoratrici delle mense scolastiche di Roma Capitale in difesa “del lavoro e del servizio offerto ai bambini e alle bambine che ogni giorno frequentano le scuole della città”. Ma non basta, è ora che i cittadini riprendano in mano il loro diritto, riconosciuto dalla Cassazione, di decidere sulle modalità di gestione del servizio mensa, rifiutando l’attuale modello dei bandi di gara, in cui è prevalente l’attenzione ad assicurare profitti ai padroni delle aziende e si trascurano i diritti dei lavoratori e delle lavoratrici e dell’utenza. E’ ora di chiedere che l’amministrazione capitolina faccia il proprio dovere nel rispetto delle esigenze dei cittadini gestendo in proprio i propri servizi, assicurando costanza e certezza del lavoro e dei diritti dei lavoratori e certezza della qualità del servizio in collaborazione con le famiglie e gli utenti.

Le morti sul lavoro non sono mai incidenti

Le morti sul lavoro non sono mai incidenti

Gru che si spezzano, trattori che si ribaltano, sono solo due esempi, di modi in cui si può morire di lavoro. E tuttavia sono anche due esempi del fatto che la morte sul lavoro non è un’incidente, ma è la scelta di un padrone, l’esito della necessità di rispettare un contratto a tutti i costi o della necessità di lavorare. Tornano a crescere quelle che con ipocrisia le istituzioni chiamano le morti bianche. Il loro aumento non può essere imputabile ad un incremento dell’attività produttiva, visto che la crescita del Pil è vicina allo zero mentre gli ultimi due trimestri dello scorso anno sono andati direttamente in segno negativo.

Le morti sul lavoro aumentano perché tornano a crescere le condizioni per cui la cultura della sicurezza non può essere né applicata né rivendicata dai lavoratori. L’eliminazione della tutela dell’Articolo 18, sebbene in gran parte simbolica, consentiva un minimo di riequilibrio nelle relazioni di potere tra lavoratore e azienda. L’assenza di quel simbolo oggi rende più difficile per i lavoratori battersi per le condizioni di sicurezza sottoposti come sono al ricatto di un licenziamento possibile con un pretesto qualsiasi. Nello stesso tempo il decreto sblocca – cantieri, consente il ripristino degli appalti al massimo ribasso, ripristinando condizioni che alimentano i rischi per la sicurezza. A tutto ciò dobbiamo anche aggiungere l’aumento dell’età pensionabile imposto dalla legge Fornero e chiederci se la maggiore incidenza della mortalità tra i lavoratori con più di 65 anni è correlato all’aumento imposto dell’età di pensionamento o è solo frutto di un destino cinico è baro? A questa domanda vi è una sola risposta possibile: le morti sul lavoro non sono mai incidenti, ma sempre la conseguenza di scelte orientate ad aumentare i profitti, speculando sulla salute e sulla vita delle persone. I Lavoratori devono tornare a pretendere che nel lavoro al primo posto ci sia il diritto alla salute ed alla vita.

I dati dicono che mentre crescono gli infortuni viene ridotto e depotenziato il sistema dei controlli e che il Lazio è la seconda regione nella tragica classifica degli infortuni mortali. Cosa fanno le forze politiche, di maggioranza e di opposizione, presenti nel consiglio regionale del Lazio? Nel 2008 fu emanato il TESTO UNICO SULLA SALUTE E SICUREZZA SUL LAVOROi che nell’articolo 7 prevedeva la costituzione del Comitato regionali di coordinamento con il fine di realizzare una programmazione coordinata di interventi, il raccordo con il Comitato per il coordinamento nazionale delle attività di vigilanza in materia di salute e sicurezza sul lavoro, istituita presso il Ministero della salute e con la Commissione consultiva permanente per la salute e sicurezza sul lavoro, istituita presso il Ministero del lavoro. Inoltre il DPCM del 21 dicembre 2007 stabiliva che il Comitato regionale di coordinamento svolgesse compiti di programmazione e di indirizzo delle attività di prevenzione e vigilanza, riunendosi almeno ogni tre mesi, realizzando attività di comunicazione, informazione, formazione, assistenza e coordinamento tra le diverse istituzioni; valorizzare accordi aziendali e territoriali che orientino i comportamenti dei datori di lavoro secondo i principi della responsabilità sociale, dei lavoratori e di tutti i soggetti interessati, ai fini del miglioramento dei livelli di tutela; effettuare Monitoraggi e raccolta dati. La regione Lazio ha messo in atto quanto previsto dalla normativa e nel 2015 istituisce sul proprio sito web un apposito spazio denominato CO.Re.Co Lazio. Dove si spiega cosa sia il Comitato Regionale di Coordinamento, come sia composto, quale sia l’ufficio operativo, etc. Tuttavia gran parte delle informazioni reperibili, quando effettivamente sono attive, sono ferme al 2015 anno di istituzione di questa area web interamente dedicata alla sicurezza sul lavoro. Nel comunicato stampa che ne annunciava l’apertura, lo si decantava come “luogo dedicato a cittadini, imprese, e lavoratori, dove potranno trovare le informazioni, la normativa e tutti gli aggiornamenti in merito alla prevenzione della salute nei luoghi di lavoro, con la possibilità di inviare quesiti e segnalazioni”ii . Ad oggi, quest’area Web, ha più la funzione di una vetrina burocratica-propagandistica che di strumento concreto per il contrasto degli infortuni e delle morti sul lavoro e non è nemmeno utile come strumento di informazione, essendo assenti, o limitati al 2015, i dati inerenti al suo scopo.

Qualcuno potrebbe dire che la Regione opera fattivamente per la sicurezza dei lavoratori con la concretezza dei suoi burocrati e senza enfatizzare il proprio lavoro, ma questo è proprio uno dei problemi. Le eventuali azioni di prevenzione o gli atti inerenti la sicurezza, non possono essere valutate, corrette o implementate nell’assenza di informazioni. Pertanto l’assenza di informazioni è esso stesso un vulnus ad ogni attività che intenda occuparsi della sicurezza sui luoghi di lavoro. Altra obiezione potrebbe essere che la burocrazia a volte è lenta a recepire le istanze della politica e dei decisori politici e comunque le forze politiche, di maggioranza e opposizione presenti nella giunta e nel consiglio della regione Lazio operano quotidianamente sul tema. Ma cercando il lavoro di queste forze non si ottiene altro che un assordante silenzio. Ad oltre un anno dalla sua costituzione, la IX Commissione della regione Lazio che si occupa di lavoro, non si è ancora resa conto del problema delle morti bianche, degli infortuni sul luogo di lavoro e di quelli in itinere che avvengono nel Lazio. Nessuna discussione, nessuna analisi, nessun riscontro pubblico dei drammi che avvengono sul lavoro e, di conseguenza, nessuna proposta tesa a spingere le aziende nel far crescere la sicurezza sul lavoro.

Che cosa dire poi del Comune di Roma, dei Municipi, della città metropolitana di Roma Capitale e dei Comuni? Tutte queste istituzioni non hanno una competenza diretta nei controlli sul rispetto della sicurezza nei luoghi di lavoro se non per quanto compete le attività svolte direttamente dai loro lavoratori, sembrerebbe quindi che non possano fare nulla, ma è proprio così?

Nel corso degli anni a causa dell’effetto pervasivo dell’ideologia dominante neoliberista, vi è stato un vistoso spostamento della forza lavorativa, dal personale interno al personale esterno, nelle attività e nei servizi a carico delle istituzioni. Le attività che prima era possibile fare attraverso una semplice direttiva dirigenziale oggi, non essendoci pressoché più personale interno, molto spesso devono essere trasformati in appalti, che permettono di svolgere quelle attività con aziende private; le quali dovrebbero garantire ai loro dipendenti il rispetto dei processi e dei protocolli di sicurezza sul luogo di lavoro: formazione, dispositivi, strumenti di tutela. Ma è effettivamente quel che accade? Nella continua riduzione dei controlli ispettivi, ciò che quotidianamente possiamo vedere sulle strade, sono cantieri in cui gli operai svolgono attività con dispositivi antinfortunistici insufficienti o non presenti, sistemi di segnalazione inadeguati e tempi molto concitati per lo svolgimento dei lavori. Non è vero che le varie istituzioni pubbliche non possano far nulla per tutelare i lavoratori delle ditte che vincono i loro appalti, è solo questione di scelte politiche. Scelte che le forze politiche rappresentate nelle istituzioni , in maggioranza o in opposizione, non sono interessate a praticare accontentandosi del vecchio proverbio: “Occhio non vede, cuore non duole”, salvo poi tuonare o battersi il petto quando avvengono infortuni mortali.

INFORTUNI SUL LAVORO Nel 2018 sono state presentate all’Inail 645.000 denunce di infortunio (-0,28 % rispetto al 2017 ). Gli infortuni sul lavoro riconosciuti sono 409.000 (-4,3% rispetto al 2017), Il 19% sono avvenuti in itinere fuori dell’azienda, cioè con mezzo di trasporto o nel tragitto di andata e ritorno dal luogo di lavoro. Nei primi 5 mesi del 2019 vi è stata una sostanziale stabilità del dato sugli infortuni

INFORTUNI MORTALI Le denunce di infortuni mortali sono state 1.218 (+6,1% rispetto al 2017). Gli incidenti mortali riconosciuti come avvenuti sul lavoro sono 704, (+ 4,5% rispetto al 2017) e di questi circa il 60% sono avvenuti fuori dell’azienda. Nei primi 5 mesi del 2019 gli incidenti mortali denunciati sono stati 391, cioè 2 in più rispetto allo stesso periodo del 2018. La fascia d’età più colpita dalle morti bianche è quella che va dai 45 ai 54 anni. Ma l’incidenza più elevata di mortalità si registra tra le persone che hanno più di 65 anni.iii I settori più colpiti sono quelli delle attività manifatturiere 39 casi (14,0%), delle costruzioni 39 casi (14,0%), seguono: trasporto e magazzinaggio 29 casi (10,4%), commercio all’ingrosso e al dettaglio 13 casi (4,7%), tuttavia per 101 casi (36,2%) il settore economico non è determinato. Per quanto riguarda il sesso i casi di morte sul lavoro sono 89,1% maschi e 3,9% femmine, mentre la nazionalità è per l’81,4% Italiana e il 18,6% straniera

Nel Lazio nei primi 5 mesi del 2019 sono stati 29 gli incidenti mortali esclusivamente sul luogo di lavoro equivalente al 10,4% del totale nazionale degli infortuni mortali. In numeri assoluti il Lazio è la seconda regione nella tragica classifica Italiana degli infortuni mortali mentre le provincie del Lazio vedono:

Rieti 6ª con 2 infortuni mortali (incidenza di 35,3 per ogni milione di occupati)

Viterbo 19ª con 3 casi mortali (incidenza di 25,6 per ogni milione di occupati)

Frosinone 49ª con 2 infortuni mortali (incidenza di 12,7 per ogni milione di occupati)

Roma 51ª con 22 casi di morte (12 per ogni milione di occupati)

Latina 81ª con 0 casi.

MALATTIE PROFESSIONALI Nel 2018 le malattie professionali denunciate sono state circa 59.500, il 2,6% in più rispetto all’anno precedente. Nei primi 5 mesi del 2019 le denunce di malattie professionali sono in aumento (+1,4%). Il 73% delle malattie professionali riguarda uomini, l’aumento più significativo è nella Gestione Industria e Servizi. In valori assoluti il maggior numero dii malattie professionali è stato denunciato nel Centro Italia (Toscana, Umbria, Marche e Lazio).

ISPEZIONI Nel 2018 Sono state controllate 15.828 aziende, il 5% in meno rispetto al 2017 e il 24% in meno sul 2016. L’89,35% di queste sono risultate irregolari. La forza disponibile per i controlli si sta riducendo: 350 ispettori nel 2016, 299 ispettori del 2017, 284 ispettori nel 2018.

Che fare dunque per cambiare lo stato di dis-attenzione burocratica sulle morti di lavoro? Come prima cosa RI-costruire un senso comune: Il lavoro serve a vivere, ogni infortunio mortale non è un’incidente ma un assassinio ed i suoi responsabili, diretti come i padroni o indiretti come gli enti preposti al controllo o le istituzioni, vanno puniti. Per far ciò è necessario che partiti, sindacati, associazioni, forze sociali e politiche sensibili al tema si impegnino nella costruzione di una campagna plurale e comune di informazione, azione, rivendicazione che mantenga alta l’attenzione dell’opinione pubblica sul tema e, nello stesso tempo, è necessario che riescano ad ottenere una rappresentanza politica nelle istituzioni a tutti i livelli.

Marco Bizzoni

i D.lgs. n. 81\ 2008

ii www.regione.lazio.it/rl_main/?vw=newsDettaglio&id=3027

iii http://www.vegaengineering.com/osservatorio-sicurezza-sul-lavoro-infortuni-mortali/

morti-lavoro-flic

La riforma degli IPAB sostenuta da Zingaretti non giova ai cittadini.

Il comunicato stampa della Regione Lazio sull’approvazione da parte del Consiglio Regionale delle proposte di legge n. 50 e 59 di riordino delle Ipab, Istituti di Pubblica Assistenza e Beneficenza, racconta di una riforma che migliora l’efficienza e l’efficacia della gestione dei servizi sociali e socio-sanitari, educativi, ” attraverso un sistema di gestione omogeneo che facilità la collaborazione interistituzionale e una vigilanza diffusa. Anche il Movimento 5 Stelle si mostra molto soddisfatto dell’approvazione della legge rivendicando il proprio contributo. Tuttavia non è tutto oro ciò che luccica.Ipab San Michele-2

Cosa sono gli Istituti di Pubblica Assistenza e Beneficenza (Ipab) di cui si parla? Dopo l’Unità d’Italia, il nuovo regno si ritrovò con una serie di organizzazioni private, soprattutto religiose, che si occupavano di dare risposte di assistenza/beneficenza a chi ne aveva bisogno. Risposte sociali che fino a quel momento a livello Statuale non erano praticamente mai state considerate. Il Regno d’Italia sottopose quegli enti di assistenza al pubblico controllo. Tuttavia, sin dall’inizio, nell’assenza di chiari strumenti di gestione e di controllo questo modello organizzativo mostrò di essere permeabile ad eventuali abusi da parte degli amministratori. Successivamente si intervenne legislativamente per cercare di risolvere questo problema, ma il risultato fu una forte burocratizzazione del sistema a discapito della sua efficienza. L’emergere della forza del movimento operaio nel novecento accrebbe lo scontro sociale e rese necessario pensare a nuove forme di assistenza. La fragilità della pubblica amministrazione rese necessario istituire un coordinamento tra l’ente pubblico e le Ipab esistenti. In seguito questo coordinamento fu assegnato all’Ente comunale di assistenza (ECA) presso la Prefettura. Nei primi anni della Repubblica il processo di assorbimento nell’amministrazione pubblica delle Ipab fu fermato e si sviluppò un processo contrario con la loro trasformazione in forme associative private. Negli anni settanta, in concomitanza con la costituzione delle regioni a cui fu assegnata la competenza del loro controllo, si sviluppò un dibattito che si concluse con l’emanazione di una legge nazionale che stabiliva la chiusura delle Ipab ed il trasferimento delle loro funzioni e del loro personale agli enti locali. Tuttavia una sentenza della Corte Costituzionale bloccò gli effetti di questa legge fino a che sulla base di una delega al governo prevista nella legge n. 328\ 2000 venne emanato il Dlgs. n. 207/01 “Riordino del sistema delle istituzioni pubbliche di assistenza e beneficenza” che il Consiglio Regionale del Lazio, dopo 18 anni, ha finalmente recepito, con l’approvazione del testo unificato delle proposte di legge regionali n. 50 e 59.

L’approvazione di questa legge è un dato positivo: si dà finalmente attuazione ad una normativa nazionale e si stabiliscono regole certe sui bilanci delle ex Ipab, che dovranno essere armonizzati con il sistema economico patrimoniale adottato dalla Regione. Tuttavia le nuove regole per la composizione dei Consigli di Amministrazione, pur assicurando caratteristiche gestionali omogenee, mantengono del tutto inalterata la possibilità che vi sia un uso distorto della gestione del patrimonio di questi enti e la tanto decantata “vigilanza diffusa”, su cui si basa anche l’orgoglio di aver contribuito all’approvazione della legge da parte del Movimento 5 Stelle, si risolve in realtà in un auspicio di principio.

Infatti la norma approvata assegna al Presidente della Regione un grande potere, diretto e indiretto, di nomina dei componenti del Cda. Quindi, sulla scorta di quanto avviene nella sanità, le nomine hanno prevalentemente una natura “politica”, mentre un componente del Cda viene nominato secondo quanto previsto dello statuto dello specifico Ipab con buona pace della sbandierata omogeneità della “governance”.

Cosa accade quindi con questo modello di nomina del Cda? La prima e più evidente anomalia è la diretta dipendenza dei Presidenti e dei Componenti del Cda degli enti ex-Ipab dal Presidente della Regione Lazio. Si replica, con questa normativa, l’idea che chi vince le elezioni prende tutto, realizzando uno Spoil System dei presidenti e dei componenti dei Cda. In questo modo la vigilanza e il controllo sugli atti delle ex-Ipab saranno effettuati in modo preminente dagli stessi che ne hanno nominato il Cda, cioè i controllati saranno nominati dagli stessi controllori e buonanotte alla tanto decantata vigilanza che dovrebbe impedire il ripetersi dello scandalo dell’assenza di controlli.

Quali saranno i criteri di scelta reali dei membri del Cda: competenza tecnica o la solita selezione e spartizione su basi di affidabilità “politica”? La nomina dei Cda, effettuate sulla base dell’appartenenza “politica”, può essere ritenuta uno strumento in grado di garantire maggiore efficacia ed efficienza alle ex-Ipab? Una cosa è certa, i cittadini a cui sono indirizzati i servizi offerti non avranno alcun ruolo, se non quello di sperare, come utenti, che tra coloro che hanno ricevuto la nomination vi siano persone di coscienza e di buona volontà nello svolgimento del compito che gli è stato affidato. Persone di buona volontà che tuttavia non faranno riferimento alle esigenze degli utenti, ma a quelle della parte politica che li avrà inseriti in quel ruolo. Limitata, ma non di ultima importanza e poi la possibilità per alcuni Ipab di derogare alla regola generale, per cui i membri del Consiglio di Amministrazione potranno essere anche 5. Gli ulteriori due componenti saranno nominati da indefiniti soggetti portatori di interessi originari, predisponendo quindi tali CdA ad un’ulteriore appesantimento di nomine di natura politica o, peggio ancora a interferenze, attraverso scambi di favore con il potere economico. Con tanti saluti alle previsioni dell’assessore regionale al bilancio secondo cui le nuove Asp non saranno più “centri di spesa e di potere”. Scuole d’infanzia, luoghi di assistenza per anziani, anche residenziali, luoghi di intervento in favore delle persone con disabilità, questo sono gli ex Ipab, futuri Asp, di cui state leggendo. Realtà che nel corso degli anni hanno accumulato grandi patrimoni immobiliari e mobiliari che dovrebbero servire a garantire il servizio per cui sono nati, ma che, troppo spesso, sono stati usati impropriamente.

Insomma con questa legge di riordino degli ex Ipab, Zingaretti, mostra di essere il nuovo Gattopardo, operando in modo che tutto cambi affinché non cambi nulla. Gli ex Ipab verranno chiamati (Asp), ma la gestione di questi enti manterrà inalterati i rapporti di potere tra chi li governa ed i cittadini che accedono (subiscono?) ai servizi. La gestione delle Asp, così come è stata configurata nella legge regionale, mostra tutta il suo carattere di strumento di sottogoverno, il raggruppamento politico che “vince” le elezioni potrà utilizzarli per distribuire incarichi ai propri accoliti. Cioè tutto il contrario di “una gestione trasparente e sana della cosa pubblica, e di tutti quei servizi che sono utili alle persone” tanto propagandata dal salvifico presidente della Regione Lazio Zingaretti.

Certo resta da vedere cosa sarà scritto nel regolamento attuativo, ma anche il miglior regolamento possibile non potrà che limitare i guasti che sono intrinseci alle scelte di governance fatte con legge regionale.

Marco Bizzoni