Le morti sul lavoro non sono mai incidenti

Le morti sul lavoro non sono mai incidenti

Gru che si spezzano, trattori che si ribaltano, sono solo due esempi, di modi in cui si può morire di lavoro. E tuttavia sono anche due esempi del fatto che la morte sul lavoro non è un’incidente, ma è la scelta di un padrone, l’esito della necessità di rispettare un contratto a tutti i costi o della necessità di lavorare. Tornano a crescere quelle che con ipocrisia le istituzioni chiamano le morti bianche. Il loro aumento non può essere imputabile ad un incremento dell’attività produttiva, visto che la crescita del Pil è vicina allo zero mentre gli ultimi due trimestri dello scorso anno sono andati direttamente in segno negativo.

Le morti sul lavoro aumentano perché tornano a crescere le condizioni per cui la cultura della sicurezza non può essere né applicata né rivendicata dai lavoratori. L’eliminazione della tutela dell’Articolo 18, sebbene in gran parte simbolica, consentiva un minimo di riequilibrio nelle relazioni di potere tra lavoratore e azienda. L’assenza di quel simbolo oggi rende più difficile per i lavoratori battersi per le condizioni di sicurezza sottoposti come sono al ricatto di un licenziamento possibile con un pretesto qualsiasi. Nello stesso tempo il decreto sblocca – cantieri, consente il ripristino degli appalti al massimo ribasso, ripristinando condizioni che alimentano i rischi per la sicurezza. A tutto ciò dobbiamo anche aggiungere l’aumento dell’età pensionabile imposto dalla legge Fornero e chiederci se la maggiore incidenza della mortalità tra i lavoratori con più di 65 anni è correlato all’aumento imposto dell’età di pensionamento o è solo frutto di un destino cinico è baro? A questa domanda vi è una sola risposta possibile: le morti sul lavoro non sono mai incidenti, ma sempre la conseguenza di scelte orientate ad aumentare i profitti, speculando sulla salute e sulla vita delle persone. I Lavoratori devono tornare a pretendere che nel lavoro al primo posto ci sia il diritto alla salute ed alla vita.

I dati dicono che mentre crescono gli infortuni viene ridotto e depotenziato il sistema dei controlli e che il Lazio è la seconda regione nella tragica classifica degli infortuni mortali. Cosa fanno le forze politiche, di maggioranza e di opposizione, presenti nel consiglio regionale del Lazio? Nel 2008 fu emanato il TESTO UNICO SULLA SALUTE E SICUREZZA SUL LAVOROi che nell’articolo 7 prevedeva la costituzione del Comitato regionali di coordinamento con il fine di realizzare una programmazione coordinata di interventi, il raccordo con il Comitato per il coordinamento nazionale delle attività di vigilanza in materia di salute e sicurezza sul lavoro, istituita presso il Ministero della salute e con la Commissione consultiva permanente per la salute e sicurezza sul lavoro, istituita presso il Ministero del lavoro. Inoltre il DPCM del 21 dicembre 2007 stabiliva che il Comitato regionale di coordinamento svolgesse compiti di programmazione e di indirizzo delle attività di prevenzione e vigilanza, riunendosi almeno ogni tre mesi, realizzando attività di comunicazione, informazione, formazione, assistenza e coordinamento tra le diverse istituzioni; valorizzare accordi aziendali e territoriali che orientino i comportamenti dei datori di lavoro secondo i principi della responsabilità sociale, dei lavoratori e di tutti i soggetti interessati, ai fini del miglioramento dei livelli di tutela; effettuare Monitoraggi e raccolta dati. La regione Lazio ha messo in atto quanto previsto dalla normativa e nel 2015 istituisce sul proprio sito web un apposito spazio denominato CO.Re.Co Lazio. Dove si spiega cosa sia il Comitato Regionale di Coordinamento, come sia composto, quale sia l’ufficio operativo, etc. Tuttavia gran parte delle informazioni reperibili, quando effettivamente sono attive, sono ferme al 2015 anno di istituzione di questa area web interamente dedicata alla sicurezza sul lavoro. Nel comunicato stampa che ne annunciava l’apertura, lo si decantava come “luogo dedicato a cittadini, imprese, e lavoratori, dove potranno trovare le informazioni, la normativa e tutti gli aggiornamenti in merito alla prevenzione della salute nei luoghi di lavoro, con la possibilità di inviare quesiti e segnalazioni”ii . Ad oggi, quest’area Web, ha più la funzione di una vetrina burocratica-propagandistica che di strumento concreto per il contrasto degli infortuni e delle morti sul lavoro e non è nemmeno utile come strumento di informazione, essendo assenti, o limitati al 2015, i dati inerenti al suo scopo.

Qualcuno potrebbe dire che la Regione opera fattivamente per la sicurezza dei lavoratori con la concretezza dei suoi burocrati e senza enfatizzare il proprio lavoro, ma questo è proprio uno dei problemi. Le eventuali azioni di prevenzione o gli atti inerenti la sicurezza, non possono essere valutate, corrette o implementate nell’assenza di informazioni. Pertanto l’assenza di informazioni è esso stesso un vulnus ad ogni attività che intenda occuparsi della sicurezza sui luoghi di lavoro. Altra obiezione potrebbe essere che la burocrazia a volte è lenta a recepire le istanze della politica e dei decisori politici e comunque le forze politiche, di maggioranza e opposizione presenti nella giunta e nel consiglio della regione Lazio operano quotidianamente sul tema. Ma cercando il lavoro di queste forze non si ottiene altro che un assordante silenzio. Ad oltre un anno dalla sua costituzione, la IX Commissione della regione Lazio che si occupa di lavoro, non si è ancora resa conto del problema delle morti bianche, degli infortuni sul luogo di lavoro e di quelli in itinere che avvengono nel Lazio. Nessuna discussione, nessuna analisi, nessun riscontro pubblico dei drammi che avvengono sul lavoro e, di conseguenza, nessuna proposta tesa a spingere le aziende nel far crescere la sicurezza sul lavoro.

Che cosa dire poi del Comune di Roma, dei Municipi, della città metropolitana di Roma Capitale e dei Comuni? Tutte queste istituzioni non hanno una competenza diretta nei controlli sul rispetto della sicurezza nei luoghi di lavoro se non per quanto compete le attività svolte direttamente dai loro lavoratori, sembrerebbe quindi che non possano fare nulla, ma è proprio così?

Nel corso degli anni a causa dell’effetto pervasivo dell’ideologia dominante neoliberista, vi è stato un vistoso spostamento della forza lavorativa, dal personale interno al personale esterno, nelle attività e nei servizi a carico delle istituzioni. Le attività che prima era possibile fare attraverso una semplice direttiva dirigenziale oggi, non essendoci pressoché più personale interno, molto spesso devono essere trasformati in appalti, che permettono di svolgere quelle attività con aziende private; le quali dovrebbero garantire ai loro dipendenti il rispetto dei processi e dei protocolli di sicurezza sul luogo di lavoro: formazione, dispositivi, strumenti di tutela. Ma è effettivamente quel che accade? Nella continua riduzione dei controlli ispettivi, ciò che quotidianamente possiamo vedere sulle strade, sono cantieri in cui gli operai svolgono attività con dispositivi antinfortunistici insufficienti o non presenti, sistemi di segnalazione inadeguati e tempi molto concitati per lo svolgimento dei lavori. Non è vero che le varie istituzioni pubbliche non possano far nulla per tutelare i lavoratori delle ditte che vincono i loro appalti, è solo questione di scelte politiche. Scelte che le forze politiche rappresentate nelle istituzioni , in maggioranza o in opposizione, non sono interessate a praticare accontentandosi del vecchio proverbio: “Occhio non vede, cuore non duole”, salvo poi tuonare o battersi il petto quando avvengono infortuni mortali.

INFORTUNI SUL LAVORO Nel 2018 sono state presentate all’Inail 645.000 denunce di infortunio (-0,28 % rispetto al 2017 ). Gli infortuni sul lavoro riconosciuti sono 409.000 (-4,3% rispetto al 2017), Il 19% sono avvenuti in itinere fuori dell’azienda, cioè con mezzo di trasporto o nel tragitto di andata e ritorno dal luogo di lavoro. Nei primi 5 mesi del 2019 vi è stata una sostanziale stabilità del dato sugli infortuni

INFORTUNI MORTALI Le denunce di infortuni mortali sono state 1.218 (+6,1% rispetto al 2017). Gli incidenti mortali riconosciuti come avvenuti sul lavoro sono 704, (+ 4,5% rispetto al 2017) e di questi circa il 60% sono avvenuti fuori dell’azienda. Nei primi 5 mesi del 2019 gli incidenti mortali denunciati sono stati 391, cioè 2 in più rispetto allo stesso periodo del 2018. La fascia d’età più colpita dalle morti bianche è quella che va dai 45 ai 54 anni. Ma l’incidenza più elevata di mortalità si registra tra le persone che hanno più di 65 anni.iii I settori più colpiti sono quelli delle attività manifatturiere 39 casi (14,0%), delle costruzioni 39 casi (14,0%), seguono: trasporto e magazzinaggio 29 casi (10,4%), commercio all’ingrosso e al dettaglio 13 casi (4,7%), tuttavia per 101 casi (36,2%) il settore economico non è determinato. Per quanto riguarda il sesso i casi di morte sul lavoro sono 89,1% maschi e 3,9% femmine, mentre la nazionalità è per l’81,4% Italiana e il 18,6% straniera

Nel Lazio nei primi 5 mesi del 2019 sono stati 29 gli incidenti mortali esclusivamente sul luogo di lavoro equivalente al 10,4% del totale nazionale degli infortuni mortali. In numeri assoluti il Lazio è la seconda regione nella tragica classifica Italiana degli infortuni mortali mentre le provincie del Lazio vedono:

Rieti 6ª con 2 infortuni mortali (incidenza di 35,3 per ogni milione di occupati)

Viterbo 19ª con 3 casi mortali (incidenza di 25,6 per ogni milione di occupati)

Frosinone 49ª con 2 infortuni mortali (incidenza di 12,7 per ogni milione di occupati)

Roma 51ª con 22 casi di morte (12 per ogni milione di occupati)

Latina 81ª con 0 casi.

MALATTIE PROFESSIONALI Nel 2018 le malattie professionali denunciate sono state circa 59.500, il 2,6% in più rispetto all’anno precedente. Nei primi 5 mesi del 2019 le denunce di malattie professionali sono in aumento (+1,4%). Il 73% delle malattie professionali riguarda uomini, l’aumento più significativo è nella Gestione Industria e Servizi. In valori assoluti il maggior numero dii malattie professionali è stato denunciato nel Centro Italia (Toscana, Umbria, Marche e Lazio).

ISPEZIONI Nel 2018 Sono state controllate 15.828 aziende, il 5% in meno rispetto al 2017 e il 24% in meno sul 2016. L’89,35% di queste sono risultate irregolari. La forza disponibile per i controlli si sta riducendo: 350 ispettori nel 2016, 299 ispettori del 2017, 284 ispettori nel 2018.

Che fare dunque per cambiare lo stato di dis-attenzione burocratica sulle morti di lavoro? Come prima cosa RI-costruire un senso comune: Il lavoro serve a vivere, ogni infortunio mortale non è un’incidente ma un assassinio ed i suoi responsabili, diretti come i padroni o indiretti come gli enti preposti al controllo o le istituzioni, vanno puniti. Per far ciò è necessario che partiti, sindacati, associazioni, forze sociali e politiche sensibili al tema si impegnino nella costruzione di una campagna plurale e comune di informazione, azione, rivendicazione che mantenga alta l’attenzione dell’opinione pubblica sul tema e, nello stesso tempo, è necessario che riescano ad ottenere una rappresentanza politica nelle istituzioni a tutti i livelli.

Marco Bizzoni

i D.lgs. n. 81\ 2008

ii www.regione.lazio.it/rl_main/?vw=newsDettaglio&id=3027

iii http://www.vegaengineering.com/osservatorio-sicurezza-sul-lavoro-infortuni-mortali/

morti-lavoro-flic

A PROPOSITO DELLE PRATICHE DEI GD DI ALBANO NELLA LORO FESTA

ipocrisia
C’è stato un tempo in cui se portavi i capelli lunghi, i pantaloni a zampa di elefante eri un fricchettone, c’è stato un tempo in cui se portavi Timberland e piumino eri un paninaro. A nessuno sarebbe mai venuto in mente di vestirsi da fricchettone e comportarsi da paninaro e viceversa. Così come a nessuno sarebbe mai venuto in mente in quanto Democratico Cristiano (DC) di sinistra di salutare con il pugno chiuso o in quanto militante del PCI di innalzare il simbolo dello Scudo Crociato.
Certo erano tempi semplici, tempi antichi, in cui fare ed essere tendevano a coincidere.
Se uno faceva pubblicamente il comunista salutando con i pugni o mostrando la falce e martello, quantomeno si ritrovava in un organizzazione politica che si richiamava al comunismo, o almeno al socialismo… antichi.
Oggi la modernità ha scisso i due momenti, puoi tranquillamente militare in un partito che ha appoggiato leggi che attaccano i lavoratori come il “Jobs Act”, gli immigrati con la “Minniti-Orlando”, le famiglie con la scelta di vendere le case popolari di Garbatella, la possibilità di andare in pensione con la “riforma Fornero”, mentre pubblicamente saluti con i pugni alzati, canti Bella Ciao, inneggi a Peppino Impastato.
La modernità è quindi il nicodemismo degli intellettuali di gramsciana memoria assurto a pratica politica quotidiana.
Non è quindi un caso che i GD di Albano alla loro festa non trovino nulla di ipocrita e fasullo nell’utilizzare simbologie che non li riguardino, ma anzi tale comportamento è accolto e accettato da alcuni saggi cittadini, che nei commenti ad un post assumono il ruolo di censori di quanti si permettono di rilevare l’incongruenza.
Ma questa “modernità” non è frutto del destino cinico è baro, ma la costruzione ideologica del pensiero dominante che, in quanto tale, impone alla cultura di massa, militante o no, i paradigmi del proprio pensiero. Paradigmi che ritroviamo, in alto, nei quotidiani o nel “pensiero” dei commentatori televisivi e, in basso, nei post su facebook. Tuttavia, il fatto che il pensiero sia dominante non significa, automaticamente, che sia anche corretto.
Reinterpretando il pensiero di Marx sulla sovratruttura e quello di Gramsci sull’egemonia, Malcom X diceva “Se non state attenti, i media vi faranno odiare le persone che vengono oppresse e amare quelle che opprimono.” Questo è il punto in cui siamo approdati con la “modernità” e, per uscire dalla retorica imperante assassina della Parresia, non si può che iniziare da quanto l’evangelista Marco riporta fosse affermato da Gesù “Sia invece il vostro parlare: “sì, sì”, “no, no”, con il pensiero, la parola o i fatti.